neurotravels

La trasformazione di una mosca bianca

L’Indonesia mi ha prosciugato.

Mi ha lasciato quasi scalzo, delle quattro paia di scarpe che originariamente facevano parte del mio abbigliamento e che, difficilmente, con maestria di viaggiatore non infrequente, ho cercato – con successo – di incastrare tra gli interstizi prima non esistenti ora creati tra una camicia e una felpa, un jeans e una maglietta o tra una miriade di calzini, di quelle quattro paia me n’è rimasto solo uno, quello più utile, quello da tennis, quello che non porti mai via perchè è troppo brutto ma poi, lo vedete anche voi, non ti fa arrivare scalzo a casa.

Eppure nell’aereo da dove scrivo queste righe le scarpe non le porto, mi fanno compagnia sotto il sedile mentre, seduto come un Buddha con troppa barba – un Buddha quasi hipster – cerco di sottrarre alla trappola dell’indefinito il tempo passato dallo scorso 7 Giugno, data della mia partenza, ad oggi, cercando di comporlo in forme nere, in parole, che abbiano quantomeno un senso compiuto, se non che cerchino, addirittura, con molta ritrosia e reticenza, di esprimere quella che chiameremmo un’emozione e che, come sappiamo, con le parole vive qualche difficoltà, perchè in qualche modo le supera, le sorpassa, le trascende, non le bada e va oltre; eppure, il linguaggio non si è evoluto per puro caso, è nato per trasmettere la vita, e questo obiettivo rende ogni tentativo degno di esistere.

Ho cercato di pensare ad un’immagine per trasmettere più vita possibile e, credetemi non è stato facile, perchè di immagini, putroppo o per fortuna, ne possiedo a bizzeffe, tre rullini ColorPlus con ISO 200, vera linfa della mia Canon AE-1 (quale benedizione è stata conoscerti in quella Domenica a Prato della Valle) e tre diverse memory card arrivano dove la mia memoria non può arrivare, senza contare tutte le immagini che entrate dalla retina e proiettate verso il mio sistema visivo – non vi tedierò con il meccanismo per cui la nostra corteccia striata arrivi a rappresentarsi una porzione del mondo, ma abbi fiducia, è qualcosa di molto ingegnoso – e che hanno, in qualche modo, suggerito al mio sistema limbico che quella scena a cui stavo assistendo fosse davvero meritevole di un’attenzione diversa, di un’attenzione nuova, di un’attenzione fresca, pronta a catturare un istante e fissarlo nel per sempre, come quando fuori il vento impera e arriva la molletta di salvataggio a salvare l’ultimo calzino da una caduta vergognosa; ecco, mettere in parole certi momenti è come avere quella molletta per il passato. È come avere un lungo filo di spago a cui uno connette le immagini della propria vita e sa che, quando le guarderà, le osserverà con un sorriso che solo lui può conoscere, di cui lui solo sa le ombre e i lati nascosti, un sorriso che parla nell’interspazio tra il fissatore e il fissato, uno spazio di tacita intesa, uno spazio che sa di proprio.

Bene, ora ci serve quest’immagine da fissare. Un’immagine che, possibilmente, ben identifichi il mio stato d’animo appena arrivato. Ed è un’immagine che, nel corso delle settimane, non ha tardato ad arrivare, ha richiesto solo poche ore, la giusta dose di fame – vorrei vedere voi opo 20 ore di aereo e alcune avventure poco simpatiche con tre diverse carte di credito e senza una sim card funzionante, il tutto in una città, Denpasar, con un traffico bestiale, disumano, veloce, rapido, senza sosta, polveroso, western, irrispettoso delle più banali e blande regole del vivere cittadino, con un sole che picchia forte e un’umidità che ti toglie il fiato -, la giusta dose di sventatezza e, ultimo ma primo nella classifica degli impulsi umani, la giusta dose di curiosità.

Convinto che avrei dovuto acclimatarmi alla meravigliosa isola di Bali, mi sono dato tre giorni di tempo prima dell’inizio del volontariato, per abituarmi al clima, alla gente, ai prezzi – non crederete a quanto sia economico questo posto –  al traffico e, non lo nego, per riposare la testa dopo mesi vissuti di corsissima, così da essere al massimo delle mie forze una volta incontrati gli altri volontari.

Questi tre giorni li ho passati in un ostello che, come un estraneo, dal verde brillante, si incastrava agilmente, seppur non potendo nascondere la sua outerness, tra palazzi grigi e abitazioni fatiscenti, con un po’ di vergogna architettonica a rivelare la sua profonda inadeguatezza per quel posto e la sua non celata voglia di spalleggiare con ostelli e edifici ben più consoni al suo stile, un po’ più eleganti, un po’ più formali; orbene, proprio fuori da questo ostello passava due volte al giorno una figura interessante, che poi ho scoperto essere la normalità in qualsiasi angolo d’Indonesia: un uomo con un carretto sul quale era stata applicata una cucinetta, con un ripieno per tagliare le verdure e la carne, un pozzetto dove cucinare la zuppa, dei recipienti inventati di sana pianta dove tenere la carne da gettare nel suddetto pozzetto, delle ciotole apparentemente pulite, delle palline di pollo che non ho mai avuto il coraggio – o l’idiozia – di provare, delle uova – decine di uova – il tutto attorniato da famiglie di mosche affamate quasi quanto me.

Visto lo spettacolo e soffrendo i morsi della fame indotti dal jet-lag, mi dico ‘Mah, alla fine non è una cosa così fuori dal normale, è una zuppetta, l’acqua ammazza i batteri, non prendo carne, ok forse un pezzettino, però non pollo, non prendo cose dalla forma strana, una zuppetta all’Occidentale, dai, sì, che male potrà farmi’.

Prima di continuare, vorrei che il lettore sapesse cosa significa fame da jet-lag. Il jet-lag è il modo che il tempo ha trovato per dirci ‘Attenzione, se pensi di trascendermi in qualsiasi modo ti sbagli, io esisto e faccio male, ti affamerò a cicli alterni e casuali e ti farò desiderare di chiudere gli occhi quando normalmente saresti sveglio, vegeto e attento’. Perciò non bisogna mai prendere alla leggere la fame indotta dal jet-lag, è una fame che spinge da dentro senza sosta, una fame che ci fa tornare animali.

Come un folle, abbandono l’altrio del mio bellissimo ostello e mi avvicino al carretto. Non avevo fino a quel momento notato che il rivenditore di zuppe riforniva lo stomaco di decine di Indonesiani e costoro, dai vestiti e dalla stanchezza che avevano addosso, dedussi potessero essere o costruttori o coltivatori o muratori, per intenderci, gente con la fame sopra i capelli. Proprio in mezzo alla nuvola di Indonesiani appare il mio visetto da Occidentale, non troppo ben vestito ad essere sincero, molto accaldato, con un buco enorme allo stomaco e tanta tanta voglia di conoscere, di scoprire, di annusare. Ma soprattutto con tanta fame. Il rivenditore mi vede, ma non è il primo. I primi sono una coppia di lavoratori che mi vedono e si mettono a ridere, istantaneamente, perchè, ammettiamolo, che vuole quest’Occidentale, uscito dall’Harrods di una delle vie più orride della città, che posto ha qui quando potrebbe prendere un taxi e andare a mangiare un hamburger con patatine vista mare, con una, forse due birre, mentre risponde ai suoi amici su qualche social? Eppure no, persevero nella mia camminata e persevero con il mio sorriso.

È questo, secondo me, ciò che li ha tanto divertiti, perchè pensateci, ma quanto bianca ero come mosca in mezzo a loro? Quanto straniero si può essere in determinate circostanze?

Il rivenditore rinuncia a far finta di non vedermi, serve due persone, vede la mia figura piazzarsi di fronte al carretto, si gira, mi rivolge la parola. Un semplice hello ben assestato, rispondo con lo stesso e aggiungo one, please, lui si anima, fa sure, sure e inanella una serie lunghissima di parole in Bahasa – la lingua nazionale delle oltre 17mile isole che compongono l’Indonesia, tutte parole riferite alla carne, alle verdure, al pollo, alle uova, ma io, imperterrito, sto al mio piano, una zuppa semplice, senza troppi fronzoli, con un po’ di noodles – avevo bisogno di carboidrati – e carne, per assicurarmi proteine.

Ormai ridono tutti, ma è anche comprensibile perchè, nell’aria c’è questa serie di parole che lui sapeva io non avrei capito, ci sono io che indico e cerco, nella più semplice versione del mio Inglese, di dirgli cosa mettere in questa zuppetta, lui che mi chiede quanto piccante, io che sfido la sorte e indico la media misura, lui che ride, la nuvola di lavoratori che lo segue, lui che mi dà in mano la ciotola, io che ringrazio: tutto questo è esilarante.

Poi il miracolo accade, inaspettato, come un bacio sotto la pioggia ad Agosto: uno dei lavoratori si alza e mi fa sedere al suo posto, in mezzo a tutti gli altri. E badate bene, la maggioranza dei lavoratori, circa una quindicina, era seduta per terra, con la loro ciotola, il loro silenzio (prima del mio arrivo) e le loro risate e il signore mi fece sedere su una sorta di botte gigante dove il mio sedere incontrava quello di un altro uomo. Mi ha praticamente incluso, senza pensarci due volte, nella loro vita privata – per il tempo di una zuppa – con il tacito desiderio di condividere un momento di comfort con me  togliendo il comfort a se stesso o fors’anche solo di farmi sentire benvenuto, benvoluto, quasi si fosse reso conto della mia estraneità e volesse togliermi questo fastidioso velo di straniero di dosso.

Mi sono sentito onorato di mangiare in aria rispetto agli altri, fortunato, quasi come se sentissi di non meritare un tale trattamento appena arrivato. Sarebbe come far sedere il lavapiatti con il manager di una cucina: strano no? Eppure, era tutto così naturale.

Non so cosa dirgli; offro un sorriso e un thank you so very much a cui lui risponde facendo il segno di diniego con la mano, come a dire, non è niente, ma scherzi, farei sedere anche la tua ragazza se fosse qui, peccato non ci sia avrei voluto conoscerla, e forse voleva anche chiedere da quanto stessimo insieme ma poi attaccò per davvero, in Inglese, ‘ma dimmi di dove sei, eh dall’Italia, ah e sei qui ora, eh sì, sai, un volontariato, un volontariato che, un volontariato, quando si lavora ma non si viene pagati, ah, beh questo è strano, eh, sono qui per questo, ma perchè, eh, per aiutare qualcuno, per dare una mano’, l’uomo mi guarda, interdetto, per qualche secondo, mi studia, mi analizza, nel frattempo trangugio quella zuppetta che, credetemi, non ho più trovato di una tale bontà da nessuna parte seppur cercando con impegno – una bomba di gusto, ad oggi uno dei migliori piatti mai mangiati in vita mia – l’uomo finisce di guardarmi, mi sorride, gli sorrido, distoglie lo sguardo, guarda lontano mentre fuma la sua sigaretta, io finisco la mia zuppa, scambio qualche altra parola con due altri Indonesiani, sono tutti gentili, così accoglienti, caldi, familiari.

Avere una persona qui è come avere una coperta, ti tiene al caldo.

Vado a pagare, sono 3000 mi dice, 3000 rupie, solo 3000?, sì, solo 3000, pago i miei 18 centesimi e vado verso il mio ostello felice, immerso nella cultura, non più affamato, appagato.

Non mi sento più così mosca bianca; mi sento una mosca felice.

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