neurotravels

Farsi travolgere dalla nostalgia del viaggio

In Indonesia, anche se può suonare strano o sorprendente e nessuno ci crederà, può fare freddo.

Soprattutto se la mattina vi svegliate alle 4 per andare a vedere l’alba, da soli, col buio, mentre l’intero paese si risveglia, in alcune parti cantando, in alcune meditando, pronto in ogni angolo a ricevere la benedizione d’un giorno nuovo.

Eppure, che facesse freddo non me ne fregava niente; volevo vedere l’alba. Volevo vederla affacciarsi, timida ma perentoria, al di là della costa, cercando possibilmente di immortalarla in frazioni di secondo destinare a diventare infinito, mentre avanzavo con un motorino noleggiato al costo di una sciocchezza verso Sanur, sulla costa est di Bali. E ricordo benissimo il pensiero che mi venne non appena parcheggiai: “Ma tutta questa gente da dove esce fuori?”

Evidentemente, non ero l’unico a voler vedere nascere il sole quella mattina e, insieme a dozzine di altre anime con gli occhi pronti ad accogliere meraviglia, mi lasciai rapire.

L’ostetrica dell’operazione natale, la signora Notte, tolse lentamente, velo dopo velo, il vestito di incertezza che dominava sulla bassa marea, rivelando la scomoda inadeguatezza del signor Sole e la sua ritrosia nel volersi rivelare a tutti.

In questo contesto, cercate di rimanere con me, accadde qualcosa di inspiegabile, che ancor oggi mi turba.

Sì, ero solo, ma in un certo senso stavo partecipando ad un rito come milioni di altre persone, di cui solo poche decine erano su quella spiaggia, che ogni giorno ci insegna che il giorno nuovo, per quante difficoltà ci siano state ieri, arriva sempre; inesorabile come l’alba. E godere dell’alba insieme al alcuni adulti Indonesiani in preda ad una Sindrome di Sthendal per ciò che stava accadendo mi rendeva felice, partecipe, quasi un tuttuno con essi, anche se di loro conoscevo soltanto il brand delle loro macchine fotografiche e i vestiti che indossavano.

Tuttavia, c’era un livello di intimità unico, determinato dall’empatia, questa qualità tutta umana che ha permesso di renderci animali sociali così sensibili, che una persona può creare con un’altra che trascende questo poco iniziale, determinato dalla direzione in cui puntano gli occhi.

Condividere un’alba è un gesto d’amore, ci si dà – liberi – anima e corpo, per assaporarla il più possibile e sapere di avere uno sguardo condiviso, un orizzonte verso cui tutti tendere, mi fece sentire a casa, familiare con i locali, abbattendo le illusorie mura divisorie con la semplicità di uno sguardo.

Stavamo, in un certo modo, conversando, dicendoci in modo tacito i nostri sogni, le nostre paure, i nostri desideri, tutti guardando da una parte, tutti d’accordo su ciò che stavamo esperendo, lasciando che tutto fosse dato per scontato pur non scontando niente.

L’alba nasconde intesa, e solo quella mattina mi furono chiare e limpide, più d’ogni altra volta, le parole di Rimbaud in “Aube”: “J’ai embrassé l’aube d’été”.

Con l’alba, quella mattina, ci feci l’amore e mi innamorai, senza volerlo e senza cercarlo, dell’Indonesia, provando, contro ogni aspettativa, un senso di nostalgia terribile.

La nostalgia da viaggio agisce e si sostanzia in due momenti temporali differenti: il secondo lo si conosce bene e lo si sente quando si torna a casa ed il nuovo non è più presente, il primo esige attenzione e una sensibilità ben maggiori, poichè non accade dopo ma durante il viaggio, quando si è nel mezzo al nuovo, poichè si realizza l’amara consapevolezza che tutto questo non sarà per sempre e prima o poi finirà.

E la consapevolezza mi agguantò senza pietà, mentre incidevo la carta del mio diario di viaggio, cercando di dare un senso compiuto al tumulto che da dentro cercava di uscire, seguendo il movimento del sole, cercando probabilmente lo stesso trionfo, trovandomi impreparato e lasciandomi senza fiato.

Realizzai, tuttavia, una cosa. Anche se il paradosso emozionale della nostalgia cercava di dissuadermi della certezza che non ce ne fosse, tempo in realtà ce n’era, avevo più di un mese per fare un’azione che gli esseri umani non possono non intraprendere per indole naturale: il gesto bellissimo del fare solchi, dell’incidere storie, del creare memorie.

E fu con questa consapevolezza della mia stessa nostalgia che partii alla volta dell’aeroporto, per conoscere gli altri volontari.

Solo allora mi sentii davvero pronto.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *