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Perdersi e ritrovarsi nella città di Empatia

Tutti gli usignoli si capiscono l’un l’altro,

ma noi uomini, riusciremo mai a capirci l’un l’altro? 

(Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, 1932 – 2017)

 

Vorrei che oggi partissimo da questa frase.

Anzi, vorrei che Neurophilia partisse proprio da questo quesito di fondo.

Possiamo, noi umani, arrivare davvero a conoscerci del tutto?

Non dico con un milione di persone, ma almeno con un paio, con una sola?

Con noi stessi?

È una domanda che non può essere risolta in un articolo soltanto e, nel migliore dei casi, richiede una vita intera per essere appena capita.

È però una domanda che può essere affrontata in decine di modi, da decine di prospettive differenti e con decine di metafore ineguali.

Una domanda senza necessità di risposta, per cui il dialogante si interroga e nel discernere il quesito viene interpellato dal quesito stesso più volte, ad ibitum.

Un riddle, come viene espresso in inglese: ovvero un dilemma (esistenziale).

Un dilemma che non consta, però, di soli due lemmi (argomenti) diversi, ma di una molteplicità degli stessi. Se mi passate il termine, un polilemma.

Ecco, sì: il polilemma della conoscenza umana.

Ma come affrontare questo polilemma?

Forse immaginando l’essere approdati su questo articolo come l’inizio di un lunghissimo viaggio.

Un viaggio che, per essere tale, necessita di un punto di partenza, di un porto, di una città.

Il porto scelto per l’inizio del viaggo è la città di Empatia, patria della condivisione e della trascendenza umane.

Non la conoscete? Ve ne narro le origini.

La città di Empatia viene fondata agli albori della capacità comunicative dei primati, quando ancora il linguaggio non esisteva.

È sempre stata una città ricchissima, curiosa e immediatamente familiare anche ai più stranieri.

Una città in cui i viaggiatori, una volta giuntici, provavano uno strano senso di riconoscimento.

Italo Calvino, in un libro che citerò spesso per la pazzesca profondità raggiunta dal suo autore, sembra aver scritto queste parole pensando ad Empatia:

Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.”

(Italo Calvino – Le Città Invisibili)

Ciò che ritrova il viaggiatore, in questo caso noi, è un qualcosa di conosciuto, che odora come le proprie origini.

Ma non solo: il viaggiatore potrebbe rimanere stranito e non riconoscere quel pezzo di sè che non c’è più o che più non possiede, sentendosi uno straniero nei confronti di sè stesso.

Non vi è mai capitato, in determinati spezzoni del film della vostra vita, di non esservi riconosciuti in una vostra azione, in un vostro pensiero, in un vostro attegiamento?

Di aver ferito qualcuno senza volerlo stupendovi per la vostra mancanza di tatto?

O, al contrario, vi è mai capitato di notare questa differenza negli altri? Magari un altro cui tenevate e che vi ha stupito comportandosi in modo diverso dal solito?

È questa la capacità di Empatia: quella di suonare una melodia familiare e allo stesso tempo una cantilena dei tempi andati e non più posseduti o perduti da altri.

Sta al viaggiatore riappropriarsene per iniziare il viaggo con il vento in poppa e poter esplorare di più il suo mondo interno e il mondo interno degli altri.

Perchè ricordate: senza empatia non solo non c’è conososcenza umana, ma non esisterebbero nemmeno le nostre relazioni più basilari.

Come può Empatia provocare un tale sconquasso già all’inizio del nostro viaggio? E come risolvere questa delicata situazione?

Lo saprete nella seconda parte della nostra esplorazione, quando affonteremo il tema della trascendenza, dell’amore e del loro legame con Empatia.

Troverete anche alcuni spunti utili per riappropriarvi della propria capacità empatica già da subito, per avere relazioni più sane, ricche e soddisfacenti, con sè e con gli altri.

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