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L’inscendenza e i neuroni specchio: l’empatia a livello dei barboncini

Io non chiedo al ferito come si senta, io divento il ferito.”

(Walt Whitman)

 

L’ultima volta, dopo aver disegnato un paesaggio storico in cui l’empatia si era dimostrata essere il Nilo sulle cui metaforiche sponde è nata ed è cresciuta la civiltà umana, ci siamo lasciati con una domanda abbastanza intrigante: e se l’empatia fosse anche alla base della nostra trascendenza?

Il viaggio di Neurophilia non parte da Empatia per puro caso. L’intento di mettere una città così fondamentale all’inizio era perchè non si poteva fare altrimenti: come poter parlare, infatti, di psicologia senza parlare d’empatia?

Ed è qui che voglio sfidare il lettore qualsiasi a fare un salto logico non indifferente, per arrivare a concepire Empatia sotto un’altra luce, che profumi di una trascendenza addirittura al contrario: l’inscendenza.

Tuttavia, prima di fare questo salto, dobbiamo partire da una data fondamentale per il mondo della psicologia. Una data in cui le neuroscienze hanno bussato alla sua porta e le hanno chiesto di potersi prendere il palcoscenico. Una data in cui le due acque su cui viaggia Neurophilia si sono incrociate e compenetrate in un modo talmente imprevisto e innovativo che si pensò addirittura ad una rivoluzione di tutti i paradigmi classici.

Parliamo del 1992. In quest’anno, infatti, il grande neuroscienziato Giacomo Rizzolatti e la sue equipe fecero una scoperta che suscitò uno scalpore indefinibile e che ancora oggi, dopo un quarto di secolo, desta meraviglia e incredulità anche nella cultura popolare: l’esistenza dei neuroni specchio.

Rizzolatti, in un periodo in cui gli studi sugli animali si focalizzavano sul problem solving e sulla velocità dei compiti, accolse il consiglio che suggerivano gli Stati Uniti: la necessità di studiare dei primati, scegliendo un approccio etologico, studiando cioè il comportamento dei primati secondo le modalità delle scienze naturali.

Fu grazie a questo approccio che l’equipe di Rizzolatti trovò una specifica classe di neuroni motori che scaricavano i loro impulsi elettrici in due particolari situazioni:

  • quando un primate ripeteva un movimento appena osservato;
  • quando un primate osservava un movimento.

Questi neuroni specchio non “sparavano” (dal gergo tecnico inglese “fire”) solo quando la scimmia doveva imitare un compito, ma anche solo quando essa osservava un’azione. Questo portò Rizzolatti a pensare che i suddetti neuroni rappresentassero addirittura una classe di cellule cerebrali a sè, deputate alla codifica delle informazioni degli altri per poter essere imitate.

In poche parole, un sistema per poter capire gli altri.

Fu una scoperta talmente importante che divenne il soggetto di una profezia, quando nel 2000 Vilayanur S. Ramachandran, uno dei più importanti neuroscienziati contemporanei, si espresse dicendo:

“I neuroni specchio diventeranno per la psicologia ciò che il DNA è stato per la biologia.

Oggi sappiamo che questa profezia si è rivelata negli anni infinitamente più vera di quanto inizialmente si andava pensando. Infatti, questi neuroni, inizialmente identificati solamente nelle aree motorie, sono stati poi trovati anche in diversee aree emozionali e non solo, ampliando la portata della loro potenzialità al di fuori del meccanico “copia e incolla“ di alcuni movimenti.

Essi possono spiegare non solo la mia “imitazione interna” di un comportamento osservato, ma anche la comprensione emotiva del sconquasso emozionale di un’altra persona.

I neuroni specchio sono il substrato neuronale di un meccanismo che ci permette di rispecchiare l’altro; sono la base biologica della nostra capacità empatica e della nostra capacità di apprendimento.

Potendo rappresentarci internamente le emozioni e le azioni altrui, possiamo diventare quelle persone per la finestra di tempo in cui interagiamo con esse, così da sviluppare la nostra intelligenza emozionale e poter meglio capire il loro mondo emozionale.

Uno psicoterapeuta ha molto lavoro da delegare ai suoi neuroni specchio quando ascolta empaticamente un paziente. Allo stesso modo, un fisioterapista sfrutta i suoi neuroni specchio quando cerca di capire il dolore fisico di una persona.

È come se entrambi non solo avessero accesso al mondo dell’altro, ma diventassero l’altro per capirlo completamente. In questo senso, i neuroni specchio sono una base globale della comprensione dell’alterità.

Questo movimento – segnatevelo, l’empatia è un movimento – del diventare un’altra persona per capirla non si chiama solo empatia e non si chiama nemmeno come il figlio dell’empatia – Amore – ma acquisisce i tratti del contrario della trascendenza.

Nella trascendenza io trascendo, cioè vado oltre i miei limiti per arrivare a capirti. Trascendo me per essere te e grazie a questo movimento di comprensione attiva di ciò che tu sei, posso interpretare le tue azioni, le tue emozioni, il tuo universo interno.

Ma i neuroni specchio mi permettono di trascendere me senza uscire da me. Entrando nel mio mondo posso capire il tuo mondo ed empatizzare con la tua realtà.

Ecco che i neuroni specchio sono la base neurale dell’inscendenza, cioè di quel movimento che nell’abisso trova l’altro e nello scendere in sè stessi dà la misura di ciò che l’altro prova. 

Sopresi? Non dovreste esserlo. Il meccanismo d’azione dei neuroni specchio è talmente elementare che sorprende rendersi conto quanto una cosa apparentemente così piccola abbia delle implicazioni così ampie.

Tuttavia, studiando l’empatia, mi viene spesso in mente una frase di Louis-Ferdinand Céline, autore di “Viaggio al termine della notte”, da cui è tratto il seguente aforisma:

L’amore è l’infinito a livello dei barboncini”.

Céline intendeva dire che l’amore, la più alta delle esperienze umane (che senza empatia non potrebbe esistere), è talmente incomprensibile che lo possiamo solo intendere come dei cagnolini quando si interrogano sulle grandi domande dell’esistenza, inermi di fronte all’enormità della questione.

L’empatia funziona un po’ allo stesso modo: è l’inscendenza a livello dei barboncini.

Un concetto in sè contro-intuitivo e apparentemente impervio, ma in realtà estremamente facile da capire. Proprio per questo le strade di Empatia profumano di non-luoghi già percorsi: perchè essa fa parte di noi e non dobbiamo sforzarci per capirla.

La vera sfida comincia quando vogliamo migliorare le nostre abilità empatiche e capire di più l’altro sviluppando una forte intelligenza emozionale, per performare meglio nel contesto relazionale, nel contesto lavorativo e in quello intrafamiliare.

La sfida comincia quando una volta capito che l’empatia origina da un movimento di inscendenza, la vogliamo come alleata per la nostra crescita personale.

Partiremo proprio da qui per il prossimo articolo.

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